Fratelli d'Italia

cultura
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Data: Mer 22 Ago 21:30

Da un progetto di educazione all'audiovisivo rivolto alle scuole superiori, Claudio Giovannesi aveva tratto nel 2007 un mediometraggio incentrato sul rapporto fra un ragazzo rumeno e i compagni di classe, Welcome Bucarest, adesso confluito come primo frammento di questo Fratelli d'Italia assieme al ritratto di altri due adolescenti immigrati.

La genesi è molto simile a quella del film La classe - Entre les murs, anche se gli esiti sono differenti.
Alla base dell'ottenimento di un realismo che abbia valore sociologico e antropologico, c'è un rapporto di fiducia e di convivenza pacifica che gli operatori hanno instaurato con gli alunni della scuola attraverso una serie di esperienze e di laboratori di lungo periodo.

Rispetto al film Palma d'Oro di Laurent Cantet, dove la macchina da presa restava sempre "fra le mura" dell'istituto scolastico per mappare la violenza reale e simbolica tanto dei ragazzi delle banlieues, quanto delle abitudini e delle frustrazioni del corpo insegnante, a Giovannesi, ex allievo del Centro Sperimentale, interessa raccontare quella babele di civiltà su cui si sta costruendo il multiculturalismo in Italia.

Nel documentario di Giovannesi, gli studenti della scuola di Ostia vengono colti nella vita di tutti i giorni e la bravura degli operatori sta nel riuscire a farsi presenza amichevole, quotidiana e perciò invisibile, tanto da riuscire a cogliere parole e sentenze senza filtro, imbarazzo o forzature da parte tanto dei ragazzi quanto degli adulti coinvolti.

Non vi è partecipazione o commento sulle azioni dei tre protagonisti se non attraverso gli interventi indiretti sul montaggio e sulla colonna sonora.
Ma più trasparente è il discorso e più difficile diviene costruire un messaggio.

Se da un lato il film documenta efficacemente i problemi dell'integrazione e del retaggio culturale dei giovani che vivono il forte dissidio di trovarsi accentrati fra due culture di fronte al quale reagiscono con la paura o con un atteggiamento ribelle, dall'altro una tale ricerca di immagini "oneste", trasparenti, mette fuori campo il punto di vista e le responsabilità della società e delle istituzioni in tale processo.

Corollario involontario di questo porsi come occhio indiscreto e impassibile (fly on the wall nella dicitura americana) è quello di rappresentare lo stesso tipo di inerzia delle istituzioni, di coloro che osservano i problemi del processo di integrazione senza intervenire. A questa apertura, e al rischio di violare la sacralità dello studio perseguito dal suo documentario, Giovannesi preferisce la sicurezza delle immagini delle onde che si rifrangono sul litorale di Ostia, diaframma fra i vari episodi del documentario e apertura dell'orizzonte delle possibilità sui sogni di questi ragazzi e sul futuro di una società multietnica.

 

 

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